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Categoria: AMBIENTE Page 1 of 3

L’uragano Laura raggiunge categoria 4

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Inizia a spaventare l’uragano Laura. Avendo raggiunto categoria 4, mette in serio pericolo il Sud degli Stati Uniti

Lo si ritiene estremamente pericoloso. L’uragano Laura, infatti, si sta sempre più avvicinando al Sud degli Stati uniti. Dovrebbe colpire il Texas e la Louisiana nella notte. Al momento, dispone già di venti molto forti: Si tratta di correnti che superano i 185 km/h.

La potenzialità e i danni che infliggerà:

Un uragano di questa portata è definito catastrofico. Per gli esperti, chi abita nelle aree che Laura dovrebbe toccare non c’è altra soluzione che evacuare, a prescindere dalle preoccupazioni per il Coronavirus. Tanto che è già stato ordinato a 600 mila persone di abbandonare le proprie case nelle zone lungo la costa del Golfo: si tratta dell’evacuazione maggiore negli Usa durante la pandemia.

I danni stimati, sono notevoli. Le perdite economiche dei due stati coinvolti, secondo le stime, ammonterebbero a 20-25 miliardi di dollari. Le aree più a rischio sono quelle confinanti, tra Texas e Louisiana. Sono comprese le città texane di Beaumont, Galveston, Port Arthur e le parrocchie di Calcasieu e Cameron, nel sud-ovest della Louisiana, dove i meteorologi hanno detto che l’ uragano potrebbe sommergere intere comunità.

L’uragano Laura ha già mostrato le sue criticità:

Il transito dell’uragano ha causato danni in Cuba. Si parla di oltre 2000 abitazioni distrutte. Ha inoltre danneggiato un’elevatissima quantità di terreno agricolo e, infine, ha creato danni all’elettricità. E non solo. “Le autorità haitiane hanno reso noto che il passaggio sull’isola della tempesta tropicale Laura ha causato la morte di almeno 21 persone, mentre altre cinque sono per il momento considerate disperse”.

News ultimo momento:

L’uragano continua ad acquisire potenza, con venti sostenuti di 240 chilometri orari, secondo il National Hurricane Center, vicino alla soglia di 252 chilometri orari che lo porterebbe a categoria 5. Oltre 103 mila case sono già senza elettricità

Tromba d'aria nei pressi del Salento

Tromba d’aria nel Salento, 5 feriti e danni

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-Una tromba d’aria si è ieri abbattuta nel Salento. In particolare, ha colpito la spiaggia di Pescoluse. C’è stata molta paura tra i bagnanti e, soprattutto, ci sono stati 5 feriti-

Tromba d’aria a Marina di Salve (25 Agosto):

L’accaduto risale a ieri. Era una normalissima giornata. Secondo i bagnanti, nel primo pomeriggio la tromba d’aria sarebbe partita dal parcheggio della spiaggia di Pescoluse. Avrebbe poi seminato il panico e “sradicato” dalla sabbia ombrelloni. << Abbiamo visto ombrelloni e materassini che volavano via a 3 metri, abbiamo sentito ambulanze subito, non sappiamo se ci sono feriti >>, riportano alcune testimonianze. Sulla spiaggia vi erano decine e decine di bagnanti.

I feriti sono stati portati all’ospedale di Tricase:

I feriti sono stati 5. Sono stati tutti portati all’ospedale di Tricase. Tra questi, i più gravi sembrano una ragazza di 21 anni e un uomo di 56 anni. Quest’ultimo, gestore dell’Hotel, è stato colpito al cranio da un pezzo di legno e presenta contusioni marcate. Il resto dei feriti, fortunatamente, non riporta gravi lesioni.

Aumentano le trombe d’aria in queste zone:

In provincia di Palermo. il 5 Agosto si è formato un vortice nei pressi della costa palermitana.

Molta gente è uscita dall’acqua in fretta e furia per sfuggire al mini tornado. La tromba d’aria ha poi esaurito la sua forza avvicinandosi alla costa e alla strada. Non si sono registrati feriti o danni.

Sulla costa del litorale pontino: Paura a San Felice Circeo:

A San Felice Circeo, invece, non ci sono stati feriti. Nonostante ciò, la paura è stata molto alta tra i bagnanti.

Era circa l’una quando il vortice è stato visto da numerosi bagnanti che affollano il lungomare gettonatissimo durante le giornate d’estate, specialmente ad agosto. È successo tutto in una manciata di minuti, mentre il personale degli stabilimenti metteva in sicurezza ombrelloni, sdraio e altre attrezzature e i bagnanti si allontanavano dall’arenile uscendo dall’acqua.

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Bici e auto sono più utilizzate dei Bus grazie al Covid

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Bici e auto sono più utilizzate dei Bus. Una notizia, a dir poco sorprendente. Questo perché, grazie anche ai vari bonus, sarà favorita la mobilità sostenibile che influirà positivamente sull’impatto ambientale

In Italia, durante l’emergenza e “fuori” dall’emergenza bici e auto sono molto più utilizzate dei bus.La maggior parte degli italiani, infatti, ha dichiarato di usare la propria bici molto di più dei mezzi pubblici. Una conferma di quello che già dalla fine del lockdown appariva essere lo scenario più probabile è arrivata da una ricerca condotta della società di consulenza Bcg, secondo la quale potremmo essere all’inizio di una nuova mobilità. Secondo la ricerca “How Covid 19 will shape urban mobility“, che ha coinvolto 5.000 abitanti delle principali città negli Stati Uniti, Cina ed Europa occidentale (Italia, Francia, Germania, Spagna e Regno Unito), il 37% degli italiani ha dichiarato di utilizzare molto meno di prima i mezzi pubblici, preferendo piuttosto la propria auto, la bici o le camminate.

Immagine decorativa delle bici in centro città

Nel post Covid si pedala di più:

Nel post Covid, bici e auto sono diventate le più utilizzate per gli spostamenti. Esaminando la situazione generale, spostiamoci in Francia e Germania.

Come riportato sul sito Bikeitalia.it, durante il periodo di quarantena sono aumentate le infrastrutture ciclabili pop-up (si tratta di strutture ciclabili efficaci, a basso livello economico che richiedono brevi tempi burocratici per la progettazione). In Francia, durante l’emergenza, l’utilizzo dei mezzi a due ruote è aumentato del 27 %. In Germania, invece, la bicicletta è un mezzo quotidiano. Secondo una ricerca riportata dallo Spiegel, il 12 Aprile si è raggiunto il picco del suo utilizzo, con una media nazionale di tempo speso su una bicicletta pari a 14 minuti a persona, contro 12 minuti in auto.

Boom di vendite: In Italia la vendita delle bici supera il 60%

All’aumento della mobilitazione, segue anche quello delle vendite. In Italia per esempio, il mercato delle bici del 2019 ha segnato il 7% in più rispetto al 2018.

Nel 2020, a Maggio, c’è stato un vero e proprio boom di vendite. A fine lockdown , si registrano 540.000 mila bici vendute. Si tratta di 200 mila bici in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Si tratta di un incremento del 66,6 %.

Rifiuti Covid-19: Potremmo trasformarli in biocarburante ?

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Rifiuti Covid-19: L’emergenza sanitaria ha procurato diversi problemi. Uno di questi è l’elevata produzione di rifiuti. Sarebbe possibile utilizzarli trasformandoli in biocarburante?

In questo periodo di lockdown, i rifiuti sono notevolmente aumentati. Questo, per svariate ragioni: Dallo stare in casa all’elevato consumo di cibo e oggetti vari.

Secondo uno studio, la plastica dei materiali di protezione usati potrebbe essere trasformata in combustibile liquido. Per i molti “Rifiuti Covid-19” prodotti, sarebbe un bene per l’ambiente.

Per quanto il Coronavirus ci faccia sentire “immobili”, sicuramente non ha frenato anche la produzione di rifiuti. Le associazioni ambientaliste hanno affermato che mascherine e guanti stanno scalando la classifica dei rifiuti abbandonati. Sappiamo che la pandemia ha spinto l’utilizzo dei dispositivi di protezione individuali (DPI), che sono diventati sempre più difficili da smaltire. Proprio per questo, è necessario creare un sistema di gestione idoneo. Ciò al fine di evitare che queste classi di rifiuti diventino un pericolo ambientale molto serio.

Evitare l’incenerimento attraverso la pirolisi:

Lo studio è stato condotto dall’University of Petroleum and Energy Studies, in India. la ricerca è centralizzata nel trasformare i materiali di scarto in biocarburanti.

Lo studio , pubblicato sulla rivista Biofuels (testo in inglese) , mostra come lo strato plastico di propilene, contenuto in milioni e milioni di articoli DPI usa e getta, possa essere convertito in biocrude, un tipo di combustibile sintetico.

La pletora di kit di DPI smaltiti aumenterà ulteriormente il carico di polimero sulla nostra Terra, si espone nella ricerca.

Il polimero largamente utilizzato nella produzione dei DPI è il polipropilene (PP), un materiale non tessuto che può essere utilizzato una sola volta. È il prodotto petrolchimico a valle più leggero noto ottenuto dalla polimerizzazione del propilene monomero. La sua struttura di base è rappresentata da una  una catena di carbonio saturo avente un gruppo metile attaccato ad un atomo di carbonio alternativo.

Per lo smaltimento di queste sostanze, però, non si dovrebbe procedere usando gli inceneritori. I ricercatori hanno esaminato diversi articoli correlati, per capire quale potesse essere la modalità migliore per trattare e riciclare questa tipologia di rifiuti. L’analisi ha portato alla conclusione che la plastica dei dispositivi di protezione personale possa essere convertita in combustibile mediante pirolisi. (Un processo chimico che avviene in assenza di ossigeno a circa 300-400 gradi centigradi)

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Mobilità sostenibile: Autostrade elettriche, progetto UK

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-Mobilità sostenibile: Un nuovo studio suggerirebbe l’installazione di cavi aerei al fine di garantire lo spostamento dei mezzi pesanti. Ciò inciderebbe positivamente sull’ambiente

Il nuovo studio riguardante la mobilità sostenibile è sicuramente molto innovativo. A proporlo, è il Governo britannico. I nuovi cavi favorirebbero l’alimentazione del nuovo modello di camion. Il finanziamento necessario all’implementazione del progetto ammonterebbe a circa 13,7 miliardi di sterline.

A quali miglioramenti si assisterebbe ?

Sicuramente, un trasporto elettrico consentirebbe il risparmio di energia. Inoltre, visti i lunghi tragitti, si eviterebbero anche le emissioni inquinanti. A studiarne la fattibilità è un nuovo rapporto (clicca qui) del Center for Sustainable Road Freight, finanziato dallo stesso Governo UK. Il documento suggerisce di installare lungo 7000 km di autostrade linee aeree di contatto connesse dalla rete nazionale; questi cavi si collegherebbero ai camion attraverso un pantografo, simile a quello sfruttato dai tram, alimentandone il motore elettrico e allo stesso tempo ricaricandone le batterie.

Autostrade elettriche:

Mobilità sostenibile: i vantaggi di un camion elettrico

Autocarri e furgoni elettrici sono già opzioni praticabili per le consegne a corto raggio nelle aree urbane che rappresentano circa un terzo del trasporto merci su gomma. Gli altri due terzi, ovvero i rappresentati dalle consegne a lungo raggio tramite camion, sono difficili da decarbonizzare a causa della portata e del peso.

Nonostante le innovazioni che il progetto porterà, ci sono ancora alcune cose da ridefinire.

Ad esempio, le batterie agli ioni di litio al momento non garantirebbero l’autonomia dei mezzi in tragitti molto lunghi. In questi casi, servirebbero pacchetti di batterie che non sarebbero sempre soluzioni sostenibili. A spiegarlo è stato David Cebon, professore di ingegneria meccanica all’Università di Cambridge e co- autore dello studio. << Un camion attrezzato per percorrere “autostrade elettriche” richiederebbe solo una batteria di dimensioni simili a quella di un’auto elettrica tradizionale>>.

Per quanto riguarda le tempistiche per testare il progetto, non ci sarebbero grandi problemi. Il metodo è già stato provato  in Germania, Svizzera e Stati Uniti dalla società di ingegneria Siemens. L’emergenza sanitaria che tutto il mondo sta vivendo ha creato problemi. Potrebbero volerci 2 anni per completare le prime autostrade. Sarebbe un grande passo per la mobilità sostenibile.

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Fabbisogno europeo: L’energia del Sahara può soddisfarlo

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-Fabbisogno europeo: Il Sahara è uno dei deserti più grande al Mondo. L’irraggiamento solare del Nord Africa è 3 volte superiore alla media europea perciò, basterebbe trasformarne solo una parte in una centrale solare-

Fonte: Focus

Il deserto del Sahara è uno dei più grandi al Mondo. Presenta, infatti, un irraggiamento solare tre volte superiore alla media europea. Perché questo può essere importante per il fabbisogno europeo? Perché se ne potrebbe approfittare per guadagnare un sacco di energia “pulita”, ovvero proveniente dal Sole.

28.ooo chilometri quadrati per soddisfare le esigenze europee:

Dopo il disastro nucleare di Chernobyl del 26 Aprile del 1986 che fu il più grave incidente nucleare mai verificatosi in una centrale nucleare, e uno dei due incidenti classificati come catastrofici con il livello 7 (massimo della scala INES), un fisico si mise al lavoro per trovare la quantità di energia necessaria all’umanità. Si tratta del tedesco Gerhard Knies. Egli dopo alcuni studi ha constatato che 28.000 mila chilometri quadrati di pannelli solari nel bel mezzo del Sahara, potrebbero produrre un’energia tale da soddisfare le richieste dell’intera Europa. 28.000 chilometri rappresenta un’area di eguale estensione alla Sicilia. Se rapportata con l’estensione del Sahara (9.200.000 km2), la richiesta rappresenta anche un’area relativamente piccola.

Tecnologia complessa:

Nonostante l’iniziativa sembri delle più lodevoli, ci sono comunque dei problemi.Le tecnologie utilizzate per produrre elettricità dal Sole sono principalmente due: la Csp (Concentrating solar power), energia solare concentrata, e i comuni pannelli solari fotovoltaici. La Csp.focalizza in un punto l’energia solare attraverso lenti o specchi, accumulando in quell’area un immenso calore che genera elettricità per mezzo di turbine a vapore. Sicuramente, la Csp è la tecnologia più adatta all’ambiente desertico. Tuttavia è molto difficile da gestire.

Secondo Secondo Amin Al Habaibeh, docente Intelligent Engineering Systems dell’Università inglese di Nottingham Trent, ha affermato che l’intero deserto del Sahara potrebbe soddisfare oltre 7.000 volte il fabbisogno elettrico europeo. Inoltre, dati che giungono dalla Nasa, mostrano che ogni metro quadro sulla Terra riceve ogni anno, in media, fra 2.000 e 3.000 chilowattora.(in sigla KWh) di energia solare. In teoria, l’energia assorbita da ogni centimetro renderebbe 22 miliardi di gigawattora l’anno.

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Deforestazione: Importante per prevenire le prossime pandemie

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Prevenire la prossima pandemia rallentando la deforestazione può essere davvero un passo in avanti. Quanto costerebbe ?

Lo studio pubblicato su TheConversation, pone attenzione su due temi particolari: la pandemia e la deforestazione. Sappiamo che entrambi costituiscono un pericolo per la nostra salute e per la Terra. In un recente articolo, un team di scienziati, biologi e ambientalisti ha proposto una serie di iniziative fruttuose. Al fine di prevenire future pandemie, ciò impiegherebbe delle spese per programmi che riducano la deforestazione e le cacce selvatiche.

La ricerca e i costi:

Les Kaufman, professore di biologia all’università di Boston e autore della ricerca, ha parlato delle pandemie e come potremmo prevenirle. L’autore si è impegnato nel comporre un team di esperti che potesse rispondere alla domanda: ” Possiamo sopprimere l’emergere di agenti patologici pandemici ?”

Basti pensare che il Covid-19 ha mobilitato oltre decine di trilioni di dollari, a livello globale. Gli esperti propongono di concentrare dai 22 a 30 miliardi di dollari all’anno in programmi. Che tipo tipo di programmi ? Programmi che impediscano la diffusione di epidemie provenienti dalle foreste tropicali.

Quali tipi di malattie riguardano lo studio ?

Lo studio si è concentrato sulle zoonosi. Si tratta di malattie che possono giungere all’uomo per mezzo degli animali (clicca qui per approfondire). Proprio il Coronavirus ne è un esempio. Le deforestazioni stanno procedendo a ritmi via via più intensi. Quindi le foreste “arretrano” e le persone vanno nelle foreste con lo scopo di cacciare. Dopo aver catturato animali selvatici come pipistrelli, li portano nei mercati. Qui, gli animali selvatici sono a stretto contatto con quelli domestici. Ed è così che il virus entra in noi:direttamente dalla fauna selvatica o dal bestiame che abbiamo messo in stretta vicinanza alla fauna selvatica infetta. Molti virus perciò provengono direttamente dalla fauna selvatica di cui l’uomo ne distrugge gli habitat.

In cosa verrebbero spesi i soldi e come dovrebbe agire i governi:

Nello studio, è stato più volte stimato il costo che porterebbero tre punti principali del programma:

  • Arresto della deforestazione;
  • Stop alla vendita selvaggia;
  • Attenuazione delle incursioni nelle foreste;

Se questi punti venissero realizzati, comporterebbero una spesa di circa 30 miliardi all’anno. Questi sarebbero “spiccioli” in confronto alle decine di trilioni spesi per le pandemie, ecco perché la ricerca è così importante. Il vantaggio del progetto, però, sta anche nel consentire alle popolazioni che vivono ai margini della società di avere una vita dignitosa. In particolare tutelarne la salute, ricevere un’educazione e permetterne l’accesso alle istituzioni sanitarie in quanto ne costituisca un diritto. Evitare le deforestazioni consentirebbe anche maggiore assorbimento di anidride carbonica. Questo, favorirebbe anche il clima.

Guarda lo studio completo: https://theconversation.com/video-slowing-deforestation-is-the-key-to-preventing-the-next-pandemic-but-what-does-that-cost-143411

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Caldo record alle Svalbard: più caldo dal 1979.

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– Caldo record: Dopo due giorni consecutivi in cui la temperatura sfiorava i 21.2° (record 21.3), l’istituto meteorologico della Norvegia ha registrato sabato scorso 21.7°.-

Caldo record nelle isole norvegesi Svalbard a 1300 km dal Polo Nord. Il record di temperature è stato raggiunto a Longyearbyen, a circa 1.300 chilometri dal Polo Nord. Sede di oltre 2.000 persone, Longyearbyen è il principale insediamento delle Svalbard. Dopo giorni davvero molto caldi, il termometro ha segnato 21.7°. La temperatura più alta di sempre raggiunta nel luogo, battendo così il record che sussisteva da poco più di 40 anni.

Global Warming:

Ciò, però, non rappresenta in realtà una buona notizia. Secondo diverse rivelazioni scientifiche, in prossimità del Polo Nord il riscaldamento globale avanza molto più velocemente rispetto al resto del pianeta. Precisamente avviene ad un ritmo circa due volte superiore. La forte ondata di caldo che sta investendo l’Artico, ha fatto registrare temperature nettamente al di sopra delle medie stagionali. Fortunatamente, l’ondata di calore sembrerebbe terminare oggi. Resta comunque il fatto che Luglio rappresenti il mese più caldo.

Record su record:

Le temperature che normalmente dovrebbero manifestarsi alle isole Svalbard in questo periodo, non supero i 5-8 °. Le temperature registrate sabato scorso, quindi, si presentano di oltre 10-12° superiore alla media. Tuttavia questo non è l’unico record. Già da Gennaio, si assisteva a delle temperature completamente sopra le medie.

Il clima delle Svalbard nel 2100:

Recentemente, è stato pubblicato un rapporto davvero interessante: “Il clima delle Svalbard nel 2100“. Secondo il rapporto, il caldo record di questi giorni non è destinato ad essere un fenomeno secolare. Bensì, si parla di un vero e proprio aumento costante delle temperature dal 2070 al 2100. Queste, sarebbero condizionate dai livelli di emissioni di gas serra. Le trasformazioni sono piuttosto visibili. Dal 1971 al 2017 sono stati osservati, infatti, tra i 3°C e i 5°C di riscaldamento. Ciò ha portato alla registrazione di temperature molto alte anche durante la stagione invernale.

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Lo studio delle correnti oceaniche può aiutarci con i cambiamenti climatici

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-Grazie ad una ricerca è stato possibile mappare la circolazione oceanica durante l’ultima era glaciale: ci sono novità!-

Grazie alla mappatura delle correnti oceaniche, durante l’ultima era glaciale il carbonio è stato immagazzinato nell’oceano profondo. Questo grazie allo spostamento delle acque. I livelli di CO2 atmosferica si sono così abbassati.

Lo studio:

I ricercatori dell’Australian National University (ANU), si cono concentrati molto sull’ultima era glaciale. Lo studio è riportato su Nature Geoscience. Secondo l’autore principale della ricerca, Jimin Yu, era da anni che gli scienziati tentavano di ricostruire la circolazione delle correnti oceaniche del passato, necessaria per ottenere indizi importanti sui livelli di CO2 e su come si strutturano i cambiamenti climatici nel corso del tempo. Attraverso lo studio dei sedimenti marini, i ricercatori hanno ricostruito la quantità di ione carbonato (CO32-) presente nelle acque oceaniche profonde durante l’ultima era glaciale, così da tracciarne l’acidità. Il gruppo di ricerca ha poi creato una mappa dell’oceano Atlantico tra i 38.000 e i 28.000 anni fa: tale strumento, unico nel suo genere, rivela un nuovo modello di circolazione delle correnti oceaniche profonde durante l’ultima era glaciale che potrebbe rivelarsi fondamentale per le future proiezioni climatiche

Basse presenze di ioni carbonato, indicano acque ricche di carbonio. I dati analizzati ci mostrano come, durante l’ultima era glaciale, le condizioni fossero esattamente tali.  La massa d’acqua a basso contenuto di ioni carbonato si sia spostata verso nord, nell’Atlantico meridionale, a 3/4 km di profondità. “Questo basso contenuto di ioni carbonato – scrivono i ricercatori – riflette un’espansione diffusa delle acque profonde del Pacifico, ricche di carbonio, verso l’Atlantico meridionale, rivelando uno schema di circolazione glaciale nell’Atlantico profondo diverso da quello comunemente considerato”. Tale espansione nelle acque profonde del Pacifico, sviluppatasi tra i 38.000 e i 28.000 anni fa, portando ad alti tassi di sequestro del carbonio, “potrebbe aver contribuito in modo decisivo al declino del biossido di carbonio atmosferico avvenuto al tempo e aver aiutato così ad avviare il massimo glaciale”.

Fonte: https://www.rinnovabili.it/

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Mircroplastiche nel Cryptopygus antarcticus: Antartide

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-Scoperte recentemente microplastiche in animaletti che vivono in Antartide-

La ricerca proviene dall’University College di Dublino. In collaborazione con l’istituto universitario di Siena.  King George Island, a ben 120 km dalla punta Nord dell’Antartide rappresenta una vera e propria “lastra di ghiaccio”. Qui è stato trovato addirittura del polistirolo. In particolare all’interno del comune collembolo Cryptopygus antarcticus”. 

Tancredi Caruso, professore alla School of Biology and Environmental Science dell’University College Dublin, ha così esordito: “se le microplastiche riescono a entrare nella rete alimentare qui, possono farlo in ogni luogo del pianeta”.

Con un completamente italiano, il ricercatore ha guidato l’analisi della rete alimentare del suolo di King George Island, concludendo che le microplastiche stanno diventando parte integrante di quelle comunità di organismi viventi nel terreno. Quindi, ne condiziona la vita.

STUDIO DELL’UNIVERSITA’ DI SIENA:

Lo studio, così si va a concentrale sul Cryptopygus antarcticus (simile al collembo). Anche con Elisa Bergami e ilaria Corsi, si giunge alla conclusione che è un animaletto fondamentale nella rete alimentare del suolo antartico. Quindi, ovviamente, la comparsa di plastica anche in questa zona non fa che inquinare. Compromettendo la catena alimentare.

ANIMALI CRESCIUTI SU SCHIUMA DI POLIESTERE:

I dati raccolti hanno portato alla luce un evento scandaloso. Alcuni animali, sono cresciuti sulla schiuma del poliestere. Questo, con il passare del tempo, ha portato la formazione di colonie. Nonostante la notizia drammatica, non tutto è da vedere con occhi negativi. Gli scienziati, hanno anche dimostrato la capacità del Cryptopygus antarcticus di ingerire plastica.

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