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Categoria: ASTRONOMIA E ASTROFISICA Page 1 of 2

Esplorazione di Marte: Dispositivo che converte Co2 in molecole organiche

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Esplorazione di Marte: Le nuove tecnologie spaziali ci hanno permesso di guardare sempre di più oltre il nostro orizzonte. Tra il 2024 e il 2030, potrebbe partire la prima spedizione umana verso il pianeta rosso. Dispositivi che convertono Co2 in ossigeno darebbero un aiuto fondamentale

Marte è il quarto pianeta del Sistema Solare. Più piccolo della Terra ma più grande di Mercurio, è definito il “Pianeta rosso”. Questo per via del suo colore caratteristico causato dalla grande quantità di ossido di ferro che lo ricopre. Essendo il pianeta a noi più vicino, l’esplorazione di Marte fornirebbe grandi indizi sulla vita extraterrestre e l’origine dei pianeti.

Ad occhio nudo, Marte appare solitamente di colore giallo. Può apparire, però, anche di color arancione o rossastro. Presenta un magnitudo apparente di +1,8 e, alla grande “opposizione” (opposizione perielica), raggiunge -2,9.

Dispositivo convertitore:

Come dicevo primo, la NASA e altre compagnie intendono lanciare la prima missioni umana su Marte. La missione era prevista per il 2024, tuttavia questa non è più una certezza. Potrebbe partire anche nel 2030.

Come poter colonizzare Marte ma, soprattutto, renderlo un posto abitabile ?

In realtà, visto che Marte rientra nel confine della “frost line” (se ne parla qui: https://www.futurepaper.it/buchi-neri/), si presume fosse stato abitabile. Fino a circa 200/300 milioni di anni fa, infatti, si ritiene che la sua superficie presentasse dei mari.

Un sistema definito“ibrido” il quale si serve sia di batteri che di nanofili per utilizzare l’energia della luce solare per trasformare l’anidride carbonica dell’acqua in mattoni per le molecole organiche. è stato sviluppato dal gruppo di chimici dell’Università di Berkeley e del Lawrence Berkeley National Laboratory (Berkeley Lab). I nanofili sono sottilissimi fili di silicio che hanno un diametro di circa 1/100 di quello di un capello umano.

Considerando che su Marte il 96% dell’atmosfera è fatta di anidride carbonica, l’unica cosa di cui questi nanofili di silicio, utilizzati come semiconduttori, hanno bisogno è l’acqua e l’energia solare oltre ai batteri che invece potrebbero essere facilmente trasportati dalla Terra.

A quel punto si può cominciare a fare della chimica utile, come lascia intendere Peidong Yang, professore di chimica e uno degli autori dello studio: “Per una missione nello spazio profondo, ti preoccupi del peso del carico utile e i sistemi biologici hanno il vantaggio di auto-riprodursi: non è necessario inviare molto. Ecco perché la nostra versione bioibrida è molto interessante”.

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Sistema Solare: Potrebbe aver avuto due soli

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-Sistema Solare: Secondo alcune recenti rivelazioni, all’inizio della sua vita il Sistema Solare potrebbe aver avuto due Soli-

Per quanto riguarda le origini del Sistema Solare e degli altri pianeti, non conosciamo ancora molto. Sappiamo che il Sole si sarebbe formato dal collasso gravitazionale di una nebulosa che, causato dall’energia di una supernova vicina, avrebbe portato la creazione di una protostella.

Ma se il nostro Sistema stellare avesse avuto due Soli ?

Se il nostro Sistema Solare avesse avuto due Soli sarebbe sicuramente molto interessante e, inoltre, spiegherebbe anche diverse cose: ad esempio l’esistenza di Niburi, noto come “PlanetX“.

L’articolo è stato pubblicato su Astrophysical Journal Letters. Secondo la ricerca, il compagno del Sole si sarebbe trovato a 1.000 UA di distanza. “I modelli precedenti hanno avuto difficoltà a produrre il rapporto atteso tra gli oggetti del disco sparsi e oggetti esterni della Nuvola di Oort“, ha dichiarato Amir Siraj del Dipartimento di Astronomia dell’Università di Harvard, che ha condotto lo studio insieme all’astrofisico Avi Loeb.

Questo ci aiuterebbe notevolmente a comprendere le origini del Sistema Solare. E non solo. Ci aiuterebbe a capire anche le origini del nostro pianeta.

Gli oggetti esterni della nube di Oort potrebbero aver svolto un ruolo importante nella storia del nostro pianeta, come la possibile consegna di acqua alla Terra e la causa dell’estinzione dei dinosauri. Capire le loro origini è importante“, aggiunge Siraj. “Il nostro nuovo modello prevede che dovrebbero esserci più oggetti con un orientamento orbitale simile al Pianeta Nove“, comclude. Qui l’articolo sul pianeta nove.

Dov’è ora il compagno del Sole?

Potrebbe essere ovunque. Al momento della formazione completa del Sole, egli è stato come “cacciato” attraverso la loro influenza gravitazionale. Prima della perdita del compagno, però, il Sole sarebbe riuscito a catturare la Nube di Ort.

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Mercurio: Tutto sul “messaggero degli dei”

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-Mercurio è il primo pianeta del Sistema Solare ad una distanza di circa 57 milioni di chilometri. Non presenta un’atmosfera, è molto simile alla Luna e non adatto alla vita-

INTRODUZIONE:

Mercurio è il pianeta più vicino al Sole. Il nostro Sistema Solare contiene ufficialmente 9 corpi celesti (di cui Plutone declassato nel 2006 a pianeta nano). Mercurio è molto piccolo. Ha un diametro di 4.878 km (appena il 40 % di quello terrestre) e una circonferenza di 15.329 km. Ha un’estensione superficiale di 74.800.000. 

Tutti i dati di conformazione a confronto con la Terra:

  • Diametro: 4.878 km-12.756 km;
  • Circonferenza: 15.329 km-40.075 km;
  • Estensione superficiale: 74.800.000 km-510.072.000 km;

Moto di rotazione e rivoluzione:

Mercurio è il pianeta con il periodo di rivoluzione (passaggio intorno alla stella) minore. Questo perché è il più vicino. Proprio per questo, Mercurio fu soprannominato anche Hermes che significa “messaggero degli dei”. Il pianeta ha un periodo di rivoluzione di 88 giorni e viaggia alla sorprendente velocità di 50 km/s. In 365 giorni Mercurio ha appena compiuta quattro passaggi attorno al Sole. Inizialmente si credeva che il moto di rotazione (sul proprio asse) fosse identico al periodo di rivoluzione. Tuttavia non fu così perché la parte “oscurata” si rivelò troppo calda per essere perennemente all’ombra. Quindi, gli scienziati ricalcolarono il suo moto di rotazione arrivando così a 59 giorni.

Assenza o presenza dell’atmosfera ?

Ci sono alcuni studi contrastanti. Sta di fatto che Mercurio non presenta un’atmosfera. All’arrivo di Mariner 10, la prima sonda inviata su Mercurio, si scoprì la presenza di elio, idrogeno e ossigeno. Vista la tenue presenza di elementi, gli scienziati parlano di esosfera. L’esosfera è l’ultimo strato dell’atmosfera terrestre in cui ioni e molecole sfuggono alla gravità del corpo. Nonostante ciò, essendo vicino al Sole, Mercurio riesce ad “acchiappare” gli ioni dei venti solari. Questo porta la sua esosfera a rifornirsi periodicamente.

La prima esplorazione di Mariner 10 e cronologia storica:

Immagine di Mariner 10

La sonda Mariner 10 fu lanciata nel novembre del 1973. Prima di allora fu sempre difficile osservare Mercurio per la sua vicinanza al Sole. Tuttavia alcune figure molto importanti riuscirono comunque ad osservarlo.

Venne osservato per la prima volta in assoluto nella tarda età classica. Nel 385 a.C. l’astronomo greco Eraclide affermò che Mercurio compie la sua rivoluzione attorno al Sole. Nel 1610, invece, nonostante l’accecante Sole, Mercurio venne osservato direttamente con il telescopio da Galileo Galilei.

Il francese Pierre Gassendi riesce ad osservarne il transito davanti al Sole, nel 1631.

Vista la sua estrema vicinanza alla nostra Stella, è bene osservare Mercurio poco prima dell’alba o appena dopo il crepuscolo.

La missione Mariner 10, fu una rivoluzione. Spedire razzi al di fuori dell’orbita terrestre era ritenuta un’impresa per quegli anni. Perciò, si utilizzò la tecnica della fionda gravitazionale. Venne sfruttata l’orbita di Venere per scagliare la sonda contro Mercurio.

Il risultato della spedizione, fu la scoperta di un campo magnetico. Ciò potrebbe indicare che il pianeta ha un nucleo metallico ancora liquido.

Missione Messenger:

La missione Messenger della NASA partì il 3 agosto del 2004. Nel 2011 è entrata nell’orbita ermeocentrica. Scopo della missione fu quello di studiare la superficie di Mercurio.  La missione primaria durò un anno terrestre, ma tale limite è stato ampiamente superato per una durata complessiva di oltre 4 anni, concludendosi il 30 aprile del 2015 con lo schianto programmato sulla superficie di Mercurio. Messenger è stata la prima sonda a tornare su Mercurio 35 anni dopo la sonda Mariner 10, l’ultima ad aver studiato il pianeta nel 1975. La sonda MESSENGER presentava moltissimi miglioramenti nella scansione della superficie ed effettuò per la prima volta una ripresa completa del pianeta mentre Mariner 10 riuscì ad osservare solo un emisfero.

BepiColombo:

BepiColombo è una missione dell’Agenzia Spaziale Europea(ESA) in collaborazione con  Agenzia Spaziale Giapponese (JAXA). Alla preparazione per il lancio, hanno partecipato anche alcuni scienziati italiani. la missione è stata lanciata il 20 ottobre 2018 alle 01:45 UTC con un Ariane 5 dal Centre spatial guyanais a Kourou, nella Guyana francese.

Come si opererà:

Lo Scopo della missione è quello di studiare la composizione, la geofisica e la magnetosfera (ad oggi ancora sconosciuta). La missione è stata dedicata a Giuseppe Colombo, detto Bepi (1920 – 1984), eminente matematico, fisico, astronomo e ingegnere padovano, nonché rinomato professore dell’Università degli Studi di Padova, il quale scoprì l’accoppiamento tra rotazione e rivoluzione di Mercurio contribuendo allo sviluppo della sonda Mariner 10. La missione è basata su due sonde distinte, il Mercury Planetary Orbiter (MPO), che trasporterà gli strumenti destinati allo studio della superficie, esosfera e della composizione interna del pianeta, e il Mercury Magnetospheric Orbiter (MMO), che trasporterà gli strumenti dedicati allo studio della magnetosfera del pianeta.

Buchi neri: attorno a loro i “blanet”, nuova specie di pianeti

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-Buchi neri: Lo studio è davvero interessante. Secondo Una nuova ricerca giapponese, i buchi neri potrebbero possedere pianeti in orbita

Quando si parla di buchi neri, è molto facile pensare a qualcosa che risucchi tutto. Questo è vero, perché i buchi neri sono in grado di risucchiare tutto, persino la luce. Ma, secondo l’ultimo studio, non sempre è così.

La ricerca:

La ricerca è stata condotta da un gruppo di lavoro guidato da Keiichi Wada dell’Università di Kagoshima in Giappone. Secondo lo studio, i “blanet” sarebbero una nuova classe di pianeti. Pianeti, che possono formarsi attorno ai buchi neri super massicci (SMBH) nel centro della galassia. Qui, gli autori Keiichi Wada , Yusuke Tsukamoto , Eiichiro Kokubo dicono: << studiamo più dettagliatamente i processi di coagulazione della polvere e le condizioni fisiche della formazione di blanet al di fuori della linea nevosa ( rs n o w~ parecchi parsecs), in particolare considerando l’effetto dell’avanzamento radiale degli aggregati di polvere. Abbiamo scoperto che il viscoso α parametro nel turbolento disco circumnucleare dovrebbe essere inferiore a 0,04, per impedire la distruzione degli aggregati a causa di collisioni >>.

I blanet:

La formazione dei blanet non sarebbe diversa da quella dei pianeti attorno alle rispettive stelle. Gas e polveri, iniziano a fondersi a causa delle forze elettrostatiche. Alla formazione di granuli abbastanza grandi, essi iniziano ad attirarsi a vicenda dando origine ai planetesimi. E così via.

Cosa cambia, però.

ben poco, ma gli scienziati hanno scoperto che ad una particolare distanza dal buco nero super massiccio, la formazione potrebbe essere favorita dalla velocità del disco di accrescimento. La velocità del disco, inoltre, impedisce ai corpi di “sfuggire” dall’orbita.

Anche se non è stato ancora provato, oltre la frost line (vedi), ci sarebbero le condizioni ideali alla formazione di corpi celesti.

Attorno a un buco nero supermassiccio, con una massa di circa un milione di masse solari, i blanet oltre la frost line potrebbero formarsi in 70-80 milioni di anni. Avrebbero inoltre massa da 20 a 3000 superiori a quelle della Terra.

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Universo Primordiale: trovate tracce ai confini della nostra galassia

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-Una vera e propria reliquia dell’Universo Primordiale è stata trovata ai bordi della Via Lattea, nella costellazione della Fenice-

costellazione della Fenice, fonte: Wikipedia

Nella costellazione della Fenice, gli scienziati hanno fatto un’interessante scoperta. Un ammasso globulare, ovvero un “flusso stellare” composto da una catena che si estende per formare una forma perlopiù sferica.

(Ammassi globulari su Wikipedia: clicca qui)

La scoperta:

La scoperta è stata fatta presso l’Osservatorio Lowell in Arizona. I flussi stellare sono generalmente simili fra di loro. Questa volta, però, gli studiosi hanno assistito a qualcosa mai vista prima.  la sua metallicità è di molto inferiore al valore limite minimo osservato. L’astronomo Kyler Kuehn dell’Osservatorio Lowell in Arizona, ha così commentato i risultati: “È quasi come trovare qualcuno con DNA che non corrisponda a nessun altro, vivo o morto“.

Ciò costituisce un particolare importante. Gli ammassi globulari osservati, generalmente, presentano una composizione chimica molto simile. I corpi celesti studiati al loro interno, infatti, sono arricchiti con elementi chimici “più pesanti” che sono più massicci dell’idrogeno e dell’elio.

Secondo gli esperti può rappresentare un sopravvissuto dall’Universo Primordiale:

Secondo gli scienziati, questo ammasso globulare sarebbe un esemplare dell’Universo Primordiale. Una possibile spiegazione è che il flusso rappresenti l’ultimo del suo genere, il residuo di una popolazione di ammassi globulari nati in ambienti radicalmente diversi da quelli che vediamo oggi“, sostiene l’astronomo Ting Li dei Carnegie Observatories. Al momento, questa è l’unica struttura di questo genere ad essere stata scoperta nell’intero Universo.

Studio completo: https://www.nature.com/articles/s41586-020-2483-6

Approfondimento: Universo Primordiale

Secondo le teorie oggi più accreditate, la storia dell’Universo ha inizio con il Big Bang. La teoria è stata supportata  dallo scienziato Georges Lemaître, successivamente supportata e sviluppata da George Gamow. La teoria del Big Bang può essere speigata così: “Secondo tale teoria l’universo, durante la sua nascita, da un punto di infinita densità si sarebbe espanso autogenerandosi”. Una prova a sostegno dell’Universo Primordiale è la radiazione cosmica di fondo (in questo articolo se ne parla).

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Esopianeti: Gliese 3470c è una Super Terra dalle dimensioni di Saturno

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-Un astronomo dilettante di nome Phillip Scott e residente a Kiowa, in Oklahoma, ha scoperto il corpo celeste Gliese 3470c-

Il gruppo che ha effettuato la scoperta si chiama Habitable Exoplanet Hunting Project (HEHP) e si autodefinisce “il primo programma internazionale coordinato da astronomi dilettanti per la ricerca di esopianeti abitabili”. La ricerca comprende ben 30 osservatori distribuiti in 10 paesi nei 5 continenti.

Esopianeti:

Innanzitutto, cosa si intende per esopianeta ?

Per esopianeta si intende un corpo celeste orbitante in un altro sistema simile al Sistema Solare. Durante le osservazioni, un fattore cruciale per lo studio dei pianeti extrasolari è rappresentato dalla sua abitabilità. L’abitabilità può essere ipotizzata solo se il pianeta si trova ad una distanza dalla sua stella tale da presentare acqua allo stato liquido. Quando è presente l’acqua, il corpo celeste è nella zona abitabile dell’astro.

Il numero di pianeti extrasolari conosciuti al momento è di poco superiore ai 4000. A questi si aggiunge un nuovo mondo che orbita attorno a Gliese 3470 (97 anni luce), una stella nana rossa situata nella costellazione del Cancro.

Gliese 3470c :

Come già è stato detto, l’esopianeta è stato scoperto da un gruppo di astronomi dilettanti. Questo significa che i ricercatori non hanno usufruito delle apparecchiature ad alta tecnologia presenti nei laboratori. Infatti, l’autore della ricerca ha lavorato con il suo telescopio personale da 31 centimetri, che ha costruito nel suo cortile di casa.

Durante le ricerche, il team ha osservato tre transiti del potenziale esopianeta (effettuati tra i mesi di dicembre 2019 e maggio 2020) e secondo loro potrebbe avere un periodo orbitale di 66 giorni. Sempre secondo gli scienziati, il corpo celeste potrebbe trovarsi nella zona abitabile della sua stella. Tuttavia, lo stesso pianeta risulta troppo grande per essere simile alla Terra, con una dimensione di oltre 9.2 volte il raggio del nostro pianeta, posizionandolo più simile alle dimensioni di Saturno.

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New Horizon: La sfrenata caccia

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-La sonda New Horizon, dopo aver studiato Plutone e Arrokoth, si prepara a nuove ambiziose ricerche-

La sonda New Horizon è stata essenziale nello studio di Plutone. A più di 5 miliardi di chilometri (30 U.A.), Plutone è uno dei corpi nani scoperti più lontani nel Sistema Solare. Il lavori di New Horizon, però, non si ferma qui. Scoperto nel 2014 e studiato approfonditamente nel 2019, Arrokoth è un’altra interessante panoramica della sonda. La sonda New Horizons ha raggiunto e sorvolato 2014 MU69 il 1º gennaio 2019, alle ore 06:33 (ora italiana); si tratta del fly-by (sorvolo ravvicinato) più lontano nella storia delle esplorazioni spaziali. Visualizza qui i dettagli della missione (wikipedia).

L’affascinante viaggio nella fascia di Kuiper:

La fascia di Kuiper è sempre stata difficile da studiare, per la sua distanza. Nonostante ciò, sappiamo che rappresenta gli oggetti transnettuniani ovvero i corpi presenti oltre l’orbita di Nettuno. Nella fascia, inoltre, risiedono piccoli corpi celesti che raffigurano le reliquie del Sistema Solare primordiale.

Le nuove mete:

La sonda si prepara ad una nuova interessantissima missione. Dovrà gettarsi nel cuore della fascia di Kuiper e concentrarsi su obiettivi particolari: I corpi ghiacciati. Perché questi sono così importanti da diventare per gli scienziati oggetti di studio ? Perchè alla formazione del Sistema Solare, polveri e gas condensate sono state responsabili della formazione dei pianeti. Alcuni, però, sono detti planetesimi. Questi, come dicevo prima, rappresentano un importante studio che non solo ci aiuterà a comprendere la natura dei corpi celesti, ma soprattutto l’origine di un sistema. Per mettere a fuoco il suo prossimo target, la sonda riceverà aiuto dal telescopio giapponese Subaru, situato sulla cima del Mauna Kea. Un vulcano dormente delle Hawaii.

Nonostante l’elevata concentrazione, i planetesimi sono disseminati in un’area molto vasta. Perciò Subaru, con il suo specchio primario di 8,2 metri di diametro e un ampio campo di osservazione, dovrebbe aiutare la sonda a individuare i più promettenti.

Chiazze su Titano: Un mistero risolto ?

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-Con le approfondite osservazioni della sonda Cassini, il mistero delle chiazze su Titano sembra aver trovato soluzione-

Sono più di dieci anni, che i nostri scienziati provano a spiegare questa “anomalia”. Chiazze chiare intorno a Titano, uno dei satelliti di Saturno. La più grande luna di Saturno presenta aree molto chiare di una luminosità spiccante.

Cosa sono nello specifico ?

Secondo uno studio pubblicato su Nature, che si basa principalmente sulle osservazioni della luce riflettente ai tropici, afferma che si tratterebbe di laghi e mari di idrocarburi ormai prosciugati. I primi dati ottenuti, risalgono al periodo che va dal 2000 al 2008. Alcuni grandi radiotelescopi di Arecibo (Puerto Rico) e Green Bank (Virginia) avevano individuato una dozzina di regioni eccezionalmente chiare dal punto di vista dei segnali radio.

Flybly di Cassini e studio dei cicli:

Grazie alla sonda Cassini, gli scienziati ipotizzarono si trattasse di laghi. Il sistema con il quale questi sarebbero stati alimentati è molto simile a quello terrestre. Al posto dell’acqua, però, ci sarebbe stato metano. Gli studi portarono alla luce alcune divergenze: Nonostante il ciclo di precipitazione fosse molto simile alla Terra, la disposizione dei bacini era differente.

Uno degli autori della ricerca, Hofgartner , decise di aumentare la portata dei suoi studi. Lo fece incrociando i dati ottenuti da Cassini e quelli provenienti dai radiotelescopi.  «Abbiamo considerato ogni scenario possibile, ma l’unico capace di spiegare le caratteristiche che emergono dai dati comporta l’esistenza di terreni lisci, diversi da quelli circostanti, e ciò fa pensare a laghi asciutti o fondali marini», afferma lo scienziato.

Riscontro:

Mentre sulla Terra l’evaporazione dei mari “lascia” superfici salate, su Titano ciò non avviene. Appunto per la presenza di idrocarburi sulla sua superficie. Restano comunque aree molto interessanti per livelli di organicità. Questo può aiutarci non solo a capire le dinamiche degli altri corpi celesti, ma anche come può svilupparsi la vita.

ESISTONO GLI UNIVERSI PARALLELI ?

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-Sono rinvenute alcune prove che attesterebbero anomalie nella mappa di radiazioni cosmiche di fondo-

Esistono gli Universi Paralleli ? Questa è una delle domande più difficili a cui dare risposta. Questo per l’assenza di informazioni. Nonostante ciò, quando qualcosa nello spazio non torna gli scienziati non vanno direttamente alla ricerca di soluzioni, ma di errori. Capire gli”errori” che avvengono nello spazio, aiuta gli scienziati a formulare sempre più teorie e, a creare soluzioni valide da approcciare nella descrizione del fenomeno cosmico avvenuto.

È quel che è accaduto a Ranga-Ram Chary del California Institute of Technology (Caltech), che chiama in causa, in un lavoro sottomesso allAstrophysical Journal, la possibile esistenza di un universo parallelo per spiegare delle anomalie ravvisate nell’analisi della radiazione cosmica di fondo. Una spiegazione alternativa che ha bisogno però di conferme, per ora esigue.

Cos’è la radiazione cosmica di fondo ?

La radiazione cosmica di fondo (CMBR) è in cosmologia un tipo di radiazione elettromagnetica che permea l’Universo, cioè “attraversa”. Tra una Stella ed un’altra non c’è solo del “buio” e del “nero”, ma ci sono anche delle radiazioni estranee dalle Stelle che possono essere tracciate grazie ad uno spettroscopio. La radiazione di fondo è anche una delle principali prove che sostengono la teoria del Big Bang. Si tratta di un “relitto” dell’Universo primordiale.

IL FENOMENO:

Le prove a sostegno di questa inflazione per Chary, scienziato del Caltech, sarebbero l’elevata luminosità in punti specifici della mappa del cosmo. La luce prodotta, è diversa dalla luce vera e proria. Perchè in questo caso la luce è generata dallo scontro di protoni ed elettroni che si mettono insieme per creare l’idrogeno. L’eccesso, sostiene, sarebbe imputabile a un eccesso di materia avuto nel punto di contatto fra due universi.

 Nella mappa della Cmb sviluppata a partire dai dati del telescopio spaziale Planck, Chary ha notato uno strano bagliore che potrebbe essere dovuto alla perdita di materia da un Universo parallelo nel nostro. Un effetto dovuto alla collisione tra loro di diversi universi, assimilabili a tante bolle. Tutto questo nell’ipotesi ovviamente di un multiverso, prodotto come conseguenza dell’inflazione cosmica, ovvero l’espansione accelerata dell’universo poco dopo il Big Bang.

ECCO IL BUCO NERO PIU’ VORACE DELL’UNIVERSO

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-Si parla del buco nero J2157, il quale, secondo le ultime elaborazioni assorbe in un giorni una quantità di materia equivalente alla massa solare-

Il buco nero J2157 ha una massa di 34 miliardi di volte il nostro Sole. Gli studi condotti rivelano dei dati sorprendenti! Oltre ad avere oltre 8000 volte la massa di Sagittarius A, fagocita anche una quantità di materia quasi pari alla massa del nostro Sole. Ricordo che Sagittarius A è uno dei buchi neri più importanti della Via Lattea, nella zona centrale. Per comprendere Sagittarius per raggiungere la portata di J2157 dovrebbe assorbire i 2/3 della nostra galassia (quantità stellare).

La portata di J2157 è eccessiva:

La portata di J2157 è davvero eccessiva. Secondo gli scienziati, infatti, supera di ben il 40 % la quantità massima di polveri, gas e sostanze che un buco nero possa riuscire ad assorbire. Grazie alVery Large Telescope dell’ESO in Cile si è permesso di stabilire la velocità con cui J2157 risucchia magnesio ionizzato, che produce una precisa firma spettrale. Si tratta, insomma, del più grande buco nero di cui si conosca la massa in un periodo così precoce della storia del cosmo.

Il buco nero in questione, d’altronde, si è sviluppato in una particolare zona primordiale dell’Universo. Gli astrofisici dell’Australian National University, autori dello studio, ne sono rimasti colpiti. Perché, ad oggi, come il buco nero possa essersi sviluppato quando l’Universo aveva appena 1,2 miliardi di anni resta un mistero.

NOZIONE DI BASE: Cos’è un buco nero ?

Un buco nero, in astrofisica,è un oggetto celeste che presenta un forte campo gravitazionale. Questo è così potente da non permettere alla luce di sfuggire. Durante il collasso di una Stella con una massa almeno 10 volte maggiore del nostro Sole, avviene un’implosione. Questa, permette alla stella di neutroni di “sprofondare” creando così un’incurvatura dello spazio-tempo. La concentrazione di materia provocata dall’incurvatura è detta Singolarità mentre il punto di orizzonte è detto orizzonte degli eventi. La Singolarità non risponde alle leggi della meccanica e, il secondo, costituisce il punto oltre il quale la fisica che conosciamo non può arrivare.

Immagine della Via Lattea: in cui si trova Sagittarius A, 8000 volte inferiore a J2157.

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