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Categoria: ASTRONOMIA

Esplorazione di Marte: Dispositivo che converte Co2 in molecole organiche

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Esplorazione di Marte: Le nuove tecnologie spaziali ci hanno permesso di guardare sempre di più oltre il nostro orizzonte. Tra il 2024 e il 2030, potrebbe partire la prima spedizione umana verso il pianeta rosso. Dispositivi che convertono Co2 in ossigeno darebbero un aiuto fondamentale

Marte è il quarto pianeta del Sistema Solare. Più piccolo della Terra ma più grande di Mercurio, è definito il “Pianeta rosso”. Questo per via del suo colore caratteristico causato dalla grande quantità di ossido di ferro che lo ricopre. Essendo il pianeta a noi più vicino, l’esplorazione di Marte fornirebbe grandi indizi sulla vita extraterrestre e l’origine dei pianeti.

Ad occhio nudo, Marte appare solitamente di colore giallo. Può apparire, però, anche di color arancione o rossastro. Presenta un magnitudo apparente di +1,8 e, alla grande “opposizione” (opposizione perielica), raggiunge -2,9.

Dispositivo convertitore:

Come dicevo primo, la NASA e altre compagnie intendono lanciare la prima missioni umana su Marte. La missione era prevista per il 2024, tuttavia questa non è più una certezza. Potrebbe partire anche nel 2030.

Come poter colonizzare Marte ma, soprattutto, renderlo un posto abitabile ?

In realtà, visto che Marte rientra nel confine della “frost line” (se ne parla qui: https://www.futurepaper.it/buchi-neri/), si presume fosse stato abitabile. Fino a circa 200/300 milioni di anni fa, infatti, si ritiene che la sua superficie presentasse dei mari.

Un sistema definito“ibrido” il quale si serve sia di batteri che di nanofili per utilizzare l’energia della luce solare per trasformare l’anidride carbonica dell’acqua in mattoni per le molecole organiche. è stato sviluppato dal gruppo di chimici dell’Università di Berkeley e del Lawrence Berkeley National Laboratory (Berkeley Lab). I nanofili sono sottilissimi fili di silicio che hanno un diametro di circa 1/100 di quello di un capello umano.

Considerando che su Marte il 96% dell’atmosfera è fatta di anidride carbonica, l’unica cosa di cui questi nanofili di silicio, utilizzati come semiconduttori, hanno bisogno è l’acqua e l’energia solare oltre ai batteri che invece potrebbero essere facilmente trasportati dalla Terra.

A quel punto si può cominciare a fare della chimica utile, come lascia intendere Peidong Yang, professore di chimica e uno degli autori dello studio: “Per una missione nello spazio profondo, ti preoccupi del peso del carico utile e i sistemi biologici hanno il vantaggio di auto-riprodursi: non è necessario inviare molto. Ecco perché la nostra versione bioibrida è molto interessante”.

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Sistema Solare: Potrebbe aver avuto due soli

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-Sistema Solare: Secondo alcune recenti rivelazioni, all’inizio della sua vita il Sistema Solare potrebbe aver avuto due Soli-

Per quanto riguarda le origini del Sistema Solare e degli altri pianeti, non conosciamo ancora molto. Sappiamo che il Sole si sarebbe formato dal collasso gravitazionale di una nebulosa che, causato dall’energia di una supernova vicina, avrebbe portato la creazione di una protostella.

Ma se il nostro Sistema stellare avesse avuto due Soli ?

Se il nostro Sistema Solare avesse avuto due Soli sarebbe sicuramente molto interessante e, inoltre, spiegherebbe anche diverse cose: ad esempio l’esistenza di Niburi, noto come “PlanetX“.

L’articolo è stato pubblicato su Astrophysical Journal Letters. Secondo la ricerca, il compagno del Sole si sarebbe trovato a 1.000 UA di distanza. “I modelli precedenti hanno avuto difficoltà a produrre il rapporto atteso tra gli oggetti del disco sparsi e oggetti esterni della Nuvola di Oort“, ha dichiarato Amir Siraj del Dipartimento di Astronomia dell’Università di Harvard, che ha condotto lo studio insieme all’astrofisico Avi Loeb.

Questo ci aiuterebbe notevolmente a comprendere le origini del Sistema Solare. E non solo. Ci aiuterebbe a capire anche le origini del nostro pianeta.

Gli oggetti esterni della nube di Oort potrebbero aver svolto un ruolo importante nella storia del nostro pianeta, come la possibile consegna di acqua alla Terra e la causa dell’estinzione dei dinosauri. Capire le loro origini è importante“, aggiunge Siraj. “Il nostro nuovo modello prevede che dovrebbero esserci più oggetti con un orientamento orbitale simile al Pianeta Nove“, comclude. Qui l’articolo sul pianeta nove.

Dov’è ora il compagno del Sole?

Potrebbe essere ovunque. Al momento della formazione completa del Sole, egli è stato come “cacciato” attraverso la loro influenza gravitazionale. Prima della perdita del compagno, però, il Sole sarebbe riuscito a catturare la Nube di Ort.

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Mercurio: Tutto sul “messaggero degli dei”

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-Mercurio è il primo pianeta del Sistema Solare ad una distanza di circa 57 milioni di chilometri. Non presenta un’atmosfera, è molto simile alla Luna e non adatto alla vita-

INTRODUZIONE:

Mercurio è il pianeta più vicino al Sole. Il nostro Sistema Solare contiene ufficialmente 9 corpi celesti (di cui Plutone declassato nel 2006 a pianeta nano). Mercurio è molto piccolo. Ha un diametro di 4.878 km (appena il 40 % di quello terrestre) e una circonferenza di 15.329 km. Ha un’estensione superficiale di 74.800.000. 

Tutti i dati di conformazione a confronto con la Terra:

  • Diametro: 4.878 km-12.756 km;
  • Circonferenza: 15.329 km-40.075 km;
  • Estensione superficiale: 74.800.000 km-510.072.000 km;

Moto di rotazione e rivoluzione:

Mercurio è il pianeta con il periodo di rivoluzione (passaggio intorno alla stella) minore. Questo perché è il più vicino. Proprio per questo, Mercurio fu soprannominato anche Hermes che significa “messaggero degli dei”. Il pianeta ha un periodo di rivoluzione di 88 giorni e viaggia alla sorprendente velocità di 50 km/s. In 365 giorni Mercurio ha appena compiuta quattro passaggi attorno al Sole. Inizialmente si credeva che il moto di rotazione (sul proprio asse) fosse identico al periodo di rivoluzione. Tuttavia non fu così perché la parte “oscurata” si rivelò troppo calda per essere perennemente all’ombra. Quindi, gli scienziati ricalcolarono il suo moto di rotazione arrivando così a 59 giorni.

Assenza o presenza dell’atmosfera ?

Ci sono alcuni studi contrastanti. Sta di fatto che Mercurio non presenta un’atmosfera. All’arrivo di Mariner 10, la prima sonda inviata su Mercurio, si scoprì la presenza di elio, idrogeno e ossigeno. Vista la tenue presenza di elementi, gli scienziati parlano di esosfera. L’esosfera è l’ultimo strato dell’atmosfera terrestre in cui ioni e molecole sfuggono alla gravità del corpo. Nonostante ciò, essendo vicino al Sole, Mercurio riesce ad “acchiappare” gli ioni dei venti solari. Questo porta la sua esosfera a rifornirsi periodicamente.

La prima esplorazione di Mariner 10 e cronologia storica:

Immagine di Mariner 10

La sonda Mariner 10 fu lanciata nel novembre del 1973. Prima di allora fu sempre difficile osservare Mercurio per la sua vicinanza al Sole. Tuttavia alcune figure molto importanti riuscirono comunque ad osservarlo.

Venne osservato per la prima volta in assoluto nella tarda età classica. Nel 385 a.C. l’astronomo greco Eraclide affermò che Mercurio compie la sua rivoluzione attorno al Sole. Nel 1610, invece, nonostante l’accecante Sole, Mercurio venne osservato direttamente con il telescopio da Galileo Galilei.

Il francese Pierre Gassendi riesce ad osservarne il transito davanti al Sole, nel 1631.

Vista la sua estrema vicinanza alla nostra Stella, è bene osservare Mercurio poco prima dell’alba o appena dopo il crepuscolo.

La missione Mariner 10, fu una rivoluzione. Spedire razzi al di fuori dell’orbita terrestre era ritenuta un’impresa per quegli anni. Perciò, si utilizzò la tecnica della fionda gravitazionale. Venne sfruttata l’orbita di Venere per scagliare la sonda contro Mercurio.

Il risultato della spedizione, fu la scoperta di un campo magnetico. Ciò potrebbe indicare che il pianeta ha un nucleo metallico ancora liquido.

Missione Messenger:

La missione Messenger della NASA partì il 3 agosto del 2004. Nel 2011 è entrata nell’orbita ermeocentrica. Scopo della missione fu quello di studiare la superficie di Mercurio.  La missione primaria durò un anno terrestre, ma tale limite è stato ampiamente superato per una durata complessiva di oltre 4 anni, concludendosi il 30 aprile del 2015 con lo schianto programmato sulla superficie di Mercurio. Messenger è stata la prima sonda a tornare su Mercurio 35 anni dopo la sonda Mariner 10, l’ultima ad aver studiato il pianeta nel 1975. La sonda MESSENGER presentava moltissimi miglioramenti nella scansione della superficie ed effettuò per la prima volta una ripresa completa del pianeta mentre Mariner 10 riuscì ad osservare solo un emisfero.

BepiColombo:

BepiColombo è una missione dell’Agenzia Spaziale Europea(ESA) in collaborazione con  Agenzia Spaziale Giapponese (JAXA). Alla preparazione per il lancio, hanno partecipato anche alcuni scienziati italiani. la missione è stata lanciata il 20 ottobre 2018 alle 01:45 UTC con un Ariane 5 dal Centre spatial guyanais a Kourou, nella Guyana francese.

Come si opererà:

Lo Scopo della missione è quello di studiare la composizione, la geofisica e la magnetosfera (ad oggi ancora sconosciuta). La missione è stata dedicata a Giuseppe Colombo, detto Bepi (1920 – 1984), eminente matematico, fisico, astronomo e ingegnere padovano, nonché rinomato professore dell’Università degli Studi di Padova, il quale scoprì l’accoppiamento tra rotazione e rivoluzione di Mercurio contribuendo allo sviluppo della sonda Mariner 10. La missione è basata su due sonde distinte, il Mercury Planetary Orbiter (MPO), che trasporterà gli strumenti destinati allo studio della superficie, esosfera e della composizione interna del pianeta, e il Mercury Magnetospheric Orbiter (MMO), che trasporterà gli strumenti dedicati allo studio della magnetosfera del pianeta.

Buchi neri: attorno a loro i “blanet”, nuova specie di pianeti

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-Buchi neri: Lo studio è davvero interessante. Secondo Una nuova ricerca giapponese, i buchi neri potrebbero possedere pianeti in orbita

Quando si parla di buchi neri, è molto facile pensare a qualcosa che risucchi tutto. Questo è vero, perché i buchi neri sono in grado di risucchiare tutto, persino la luce. Ma, secondo l’ultimo studio, non sempre è così.

La ricerca:

La ricerca è stata condotta da un gruppo di lavoro guidato da Keiichi Wada dell’Università di Kagoshima in Giappone. Secondo lo studio, i “blanet” sarebbero una nuova classe di pianeti. Pianeti, che possono formarsi attorno ai buchi neri super massicci (SMBH) nel centro della galassia. Qui, gli autori Keiichi Wada , Yusuke Tsukamoto , Eiichiro Kokubo dicono: << studiamo più dettagliatamente i processi di coagulazione della polvere e le condizioni fisiche della formazione di blanet al di fuori della linea nevosa ( rs n o w~ parecchi parsecs), in particolare considerando l’effetto dell’avanzamento radiale degli aggregati di polvere. Abbiamo scoperto che il viscoso α parametro nel turbolento disco circumnucleare dovrebbe essere inferiore a 0,04, per impedire la distruzione degli aggregati a causa di collisioni >>.

I blanet:

La formazione dei blanet non sarebbe diversa da quella dei pianeti attorno alle rispettive stelle. Gas e polveri, iniziano a fondersi a causa delle forze elettrostatiche. Alla formazione di granuli abbastanza grandi, essi iniziano ad attirarsi a vicenda dando origine ai planetesimi. E così via.

Cosa cambia, però.

ben poco, ma gli scienziati hanno scoperto che ad una particolare distanza dal buco nero super massiccio, la formazione potrebbe essere favorita dalla velocità del disco di accrescimento. La velocità del disco, inoltre, impedisce ai corpi di “sfuggire” dall’orbita.

Anche se non è stato ancora provato, oltre la frost line (vedi), ci sarebbero le condizioni ideali alla formazione di corpi celesti.

Attorno a un buco nero supermassiccio, con una massa di circa un milione di masse solari, i blanet oltre la frost line potrebbero formarsi in 70-80 milioni di anni. Avrebbero inoltre massa da 20 a 3000 superiori a quelle della Terra.

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Universo Primordiale: trovate tracce ai confini della nostra galassia

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-Una vera e propria reliquia dell’Universo Primordiale è stata trovata ai bordi della Via Lattea, nella costellazione della Fenice-

costellazione della Fenice, fonte: Wikipedia

Nella costellazione della Fenice, gli scienziati hanno fatto un’interessante scoperta. Un ammasso globulare, ovvero un “flusso stellare” composto da una catena che si estende per formare una forma perlopiù sferica.

(Ammassi globulari su Wikipedia: clicca qui)

La scoperta:

La scoperta è stata fatta presso l’Osservatorio Lowell in Arizona. I flussi stellare sono generalmente simili fra di loro. Questa volta, però, gli studiosi hanno assistito a qualcosa mai vista prima.  la sua metallicità è di molto inferiore al valore limite minimo osservato. L’astronomo Kyler Kuehn dell’Osservatorio Lowell in Arizona, ha così commentato i risultati: “È quasi come trovare qualcuno con DNA che non corrisponda a nessun altro, vivo o morto“.

Ciò costituisce un particolare importante. Gli ammassi globulari osservati, generalmente, presentano una composizione chimica molto simile. I corpi celesti studiati al loro interno, infatti, sono arricchiti con elementi chimici “più pesanti” che sono più massicci dell’idrogeno e dell’elio.

Secondo gli esperti può rappresentare un sopravvissuto dall’Universo Primordiale:

Secondo gli scienziati, questo ammasso globulare sarebbe un esemplare dell’Universo Primordiale. Una possibile spiegazione è che il flusso rappresenti l’ultimo del suo genere, il residuo di una popolazione di ammassi globulari nati in ambienti radicalmente diversi da quelli che vediamo oggi“, sostiene l’astronomo Ting Li dei Carnegie Observatories. Al momento, questa è l’unica struttura di questo genere ad essere stata scoperta nell’intero Universo.

Studio completo: https://www.nature.com/articles/s41586-020-2483-6

Approfondimento: Universo Primordiale

Secondo le teorie oggi più accreditate, la storia dell’Universo ha inizio con il Big Bang. La teoria è stata supportata  dallo scienziato Georges Lemaître, successivamente supportata e sviluppata da George Gamow. La teoria del Big Bang può essere speigata così: “Secondo tale teoria l’universo, durante la sua nascita, da un punto di infinita densità si sarebbe espanso autogenerandosi”. Una prova a sostegno dell’Universo Primordiale è la radiazione cosmica di fondo (in questo articolo se ne parla).

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Perseverance: Al via la nuova missione su Marte

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-Dopo Curiosity e altre importanti missioni, anche il rover Perseverance, con il suo drone Ingenuity, si prepara ad approdare su Marte-

La progettazione della missione è stata un lavoro complesso. La progettazione del drone Ingenuity è cominciata nel 2014 e terminata solo nel 2019, quando le simulazioni hanno permesso di dire se potesse volare su Marte o meno.

La missione:

Dopo anni di test, anche questa missione è partita.  Il lanciatore a due stadi Atlas V-541 ha portato nello spazio il rover Perseverance che si occuperà di fotografare in HD e in 3D. Rispetto alle precedenti missioni, però, le tecnologie che il rover porta in “grembo” sono nettamente avanzate. Le fotocamere, infatti, avranno sensori molto precisi e leggeri che permettano una risoluzione accurata di panorami mozzafiato.

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Immagine riproduttiva delle caratteristiche del rover Perseverance. Fonte immagine: Focus

«Rispetto a Curiosity, il set di fotocamere della missione 2020 produrrà un maggior numero di immagini a colori e, soprattutto, di immagini in 3D», commenta Jim Bell (Arizona State University), responsabile della dotazione fotografica. Egli ha inoltre affermato quanto la qualità fotografica sia utile anche per studiare la geologia del pianeta.

La missione rappresenta una grande novità:

Questa missione è molto importante anche per il ruolo di Ingenuity. Si tratta della prima volta, infatti, che un drone telecomandato voli su Marte.

Cosa ostacolerà il volo ?

Un grande ostacolo è rappresentato dall’atmosfera marziana. Per prima cosa la sottile atmosfera del pianeta rende difficile ottenere la portanza corretta, cioè, essendo un elicottero, la capacità delle pale di mantenere in aria l’apparecchio. Inoltre poiché l’atmosfera del pianeta rosso è circa il 99% meno densa di quella terrestre il veicolo dovrà essere molto leggero e le sue pale dovrebbero ruotare molto più velocemente rispetto alla Terra. Un altro problema sarà rappresentato dal freddo. Il quarto pianeta del sistema solare è molto più freddo rispetto alla nostra Terra. La temperatura superficiale media è di -63°. C’è poi il freddo: Ingenuity volerà nel cratere Jezero, dove atterrerà Perseverance e dove le temperature notturne possono arrivare a -90 °C – e questo porta molto vicino al limite la resistenza del sistema di bordo. Infine, non è possibile comandare a distanza il drone con un joystick per via del ritardo nelle comunicazioni tra Marte e la Terra, che può essere di vari minuti.

Proprio per questo, i ricercatori hanno inventato un software a bordo con un piano di volo.

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2019SU3: L’ASTEROIDE RISCHIA DI IMPATTARE CON NOI NEI PROSSIMI DECENNI

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Un asteroide da poco scoperto quale 2019SU3, rischia di impattare con il nostro pianeta nel 2084, più precisamente tra il 16 e il 21 del mese di settembre. Nel peggiore degli scenari, le probabilità di collisione stimate dagli scienziati sono di 1 su 147.

Le misurazioni dell’asteroide, sono ancora in atto, tuttavia: la situazione potrebbe cambiare drasticamente nell’arco dei prossimi 65 anni. 2019SU3 potrebbe infatti essere influenzato dalla forza gravitazionale dei pianeti del nostro Sistema Solare,  ed essere spinto a collidere con la Terra, oppure a prendere il largo. Al momento si ritiene che transiterà a una velocità superiore ai 380mila chilometri orari a poco più di 100mila chilometri di distanza dal nostro pianeta; tenendo presente che la Luna dista in media 384mila chilometri dalla Terra, si tratta davvero di un’inezia in termini puramente astronomici.

L’Agenzia Spaziale Europea (ESA) ha inserito 2019SU3 nella “Risk List” degli asteroidi che potrebbero collidere con la superficie terrestre, e al momento occupa il quarto posto nella classifica dei rischi. Fortunatamente non si tratta di un colosso in grado di innescare fenomeni di estinzione di massa, come il famigerato “chixulub” di oltre 10 chilometri di diametro che 66 milioni di anni fa spazzò via dinosauri non aviani e altri gruppi di animali. Il diametro stimato del sasso spaziale è infatti di “soli” 14 metri, dunque è poco più grande di un autobus. Ciò significa che impattando con l’atmosfera terrestre potrebbe esplodere generando frammenti più piccoli, benché molto dipenda dalla composizione (un asteroide ferroso è decisamente più resistente di uno roccioso).

I frammenti di questo asteroide, qualora non riuscissero a sgretolarsi, potrebbero comportare danni sul nostro pianeta quasi catastrofici. Importantissimo, sarà dunque tenere particolarmente d’occhio la situazione, osservandone e studiandone le future evoluzioni.

MARTE: NUOVI INDIZI DI VITA FOSSILE

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-Sono state rinvenute nuove tracce fossili si vita su Marte-

Un fossile è una “traccia organica” che rimane di un organismo. Il suo studio è importante per due ragioni: ci aiuta a capire l’evoluzione degli esseri viventi e a ricostruirne il passato.

Fonte immagine: NASA, focus.
Si trovano nei depositi fluvio-lacustri di Vera Rubin Ridge, il cui ambiente deposizionale è stato precedentemente riconosciuto come abitabile. 
La morfologia, le dimensioni e la topologia delle strutture sono ancora sconosciute e la loro biogenicità rimane non testata.

Nel caso di vita extraterrestre, i fossili sono altrettanto importanti. In foto vengono mostrati dei “bastoncini” dalle dimensioni millimetriche. Potrebbe trattarsi di resti fossili di vita su Marte, affermano 4 scienziati di cui 2 italiani. Se fosse vero, si tratterebbe di qualcosa di rivoluzionario. la ricerca è stata pubblicata anche su Geosciences (https://www.mdpi.com/2076-3263/10/2/39).

Le foto sono state scattate da Curiosity, il rover più famoso della Nasa atterrato su Marte. Lo studio si è cimentato sulle rocce di natura fluviale, le quali, possono contenere microrganismi adatti alla vita. In questo caso ci riferiamo ad organismi anaerobi. Si trovano nella regione marziana chiamata Vera Rubin Ridge, all’interno del cratere Gale, dove si trova il rover. Secondo la maggior parte degli scienziati, fino a circa 3 miliardi di anni fa, tutta l’area del cratere era immersa nell’acqua, formando un grande lago, all’interno del quale potrebbe essersi sviluppata la vita.

IMMAGINI E DIVERGENZE SCIENTIFICHE

Tra le immagini di Curiosity, i ricercatori – Andrea Baucon e Roberto Cabella dell’Università di Genova, Carlos Neto de Carvalho dell’Università di Lisbona e Fabrizio Felletti dell’Università di Milano- hanno selezionato quelle più interessanti. Potrebbe trattarsi di icnofossili, ovvero impronte lasciate da essere viventi nel suolo.

N.B. Essendoci stato un lago, alcuni scienziati ritengono si tratti di cristalli formati in seguito alla sua evaporazione.

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IL PIANETA PIU’ CALDO DI UNA STELLA

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-Il pianeta è un inferno: addirittura più caldo di una Stella-

reporter news.

Fonte: https://www.astrospace.it

KELT-9 b è un esopianeta scoperto nel 2017 ed è uno dei più strani e più caldi mai scoperti. Grazie a delle nuove osservazioni del telescopio spaziale Transiting Exoplanet Survey Satellite (TESS) della NASA, abbiamo ricavato maggiori informazioni sul corpo celeste in questione.L’esopianeta si trova a 670 anni luce da noi, nella costellazione del Cigno. Una delle sue particolarità più grandi è la sua orbita, praticamente polare.

KELT-9 b è un gigante gassoso grande 1.8 volte Giove e ha 2.9 volte la sua massa. La sua rotazione è inoltre bloccata con quella della sua stella, il che vuol dire che le mostra sempre la stessa faccia. Esattamente come la nostra Luna fa con la Terra. Al contrario della Luna, KELT-9 b impiega però solo 36 ore a compiere un’orbita attorno alla sua stella.

Grazie a questi parametri della sua orbita, l’esopianeta riceve 44000 volte più energia dalla sua stella rispetto alla Terra. Ciò porta la temperatura superficiale a superare i 4300 C°. Un valore più alto di quello di alcune stelle. Per confronto, la temperatura superficiale del nostro sole è di circa 6000 C°. Non è finita qui però, perchè anche la stella di KELT-9 b è una molto strana.

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La Stella ha circa il doppio della dimensione del Sole ed è il 56% più calda. La sua rotazione è però 38 volte più veloce di quella del Sole, il che vuol dire che completa una rotazione attorno al proprio asse in sole 16 ore. Questa rotazione così veloce comporta per la Stella una compressione delle sue dimensioni. Essa è appiattita ai poli e più larga all’equatore. Una conseguenza di questo è che la temperatura ai poli è più alta di circa 800 C° rispetto a quella dell’equatore.

IL MISTERO DELLA SUPERGIGANTE SCOMPARSA

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Si tratta di una supergigante che si trova nella galassia nana di Kinman nella costellazione dell’Acquario. La stella è probabilmente stata inghiottita da un buco nero

È un grosso punto interrogativo, per gli astronomi: quella stella che non c’è più. Eppure era una gigante, brillantissima, ma la sua luce a un certo punto ha smesso di brillare. E ora ci si chiede perché ? Le cause sono due: Potrebbe aver perso il suo “vigore” e nascondersi nelle nubi interstellari. Oppure, potrebbe aver dato origine ad un buco nero. Nel secondo caso, si tratterebbe di un fenomeno molto raro mai osservato prima. Sarebbe collassata in un buco nero senza generare nessuna super/ipernova.

Nonostante le grosse distanze che ci separano, gli scienziati sono in grado di analizzarne la luminosità. La stella in questione si trova a 75 milioni di anni luce ed è 2,5 milioni di volte più luminosa del sole. La luminosità, o meglio, il magnitudo è un indice adoperato dagli esperti per indicare la luminosità di una Stella. Varia, in base alla distanza. Perciò lo si distingue in “apparente” e “reale”. Il Sole ha magnitudo reale di 1. Immaginate 2,5 milioni di volte in più, cosa possono rendere!

La Stella è stata osservata dal 2001 al 2011. Nel 2019, è scomparsa. L’hanno puntata utilizzando lo strumento Espresso, usando contemporaneamente quattro telescopi da otto metri di diametro del Very large telescope allo European southern observatory, in Cile. Niente, svanita completamente. Il mistero sta coinvolgendo sempre più scienziati. saremmo di fronte a un evento mai osservato prima: una stella collassata direttamente in un buco nero senza produrre una supernova: “Potremmo aver rilevato il momento in cui una delle stelle più massicce dell’Universo locale si addentra dolcemente nella notte” è la sintesi di Jose Groh, anch’egli del Trinity College di Dublino e seconda firma della ricerca.
 
Per fare luce su questo misteroserviranno strumenti più potenti. Come l’Extremely large telescope in costruzione proprio in Cile. Grazie a questo, che diventerà il telescopio più potente del mondo, si potranno “risolvere”, cioè osservare singolarmente, anche stelle di galassie così lontane. E, magari, questo aiuterà anche a comprendere dinamiche sugli sviluppi di buchi neri ad oggi sconosciute.

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Rappresentazione artistica di un wormhole tra le stelle (molto simile ad un buco nero).

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